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Entro agosto va dichiarato il possesso di tartarughe del genere Trachemys, presenti in molte case come pet ma diventate specie invasiva proprio a causa di proprietari irresponsabili che le hanno abbandonate nell'ambiente.

Di  Anna Romano

 26 Luglio 2019

 

 

Mancano ancora poche settimane al termine ultimo per denunciare il possesso di una tartaruga Trachemys scriptaentro il 31 agosto, i privati cittadini e i Comuni sono tenuti a compilare il modulo online sul possesso di piante o animali invasivi. E tra questi ultimi c’è, appunto, Trachemys scripta, la tartaruga palustre americana o “tartaruga dalle orecchie rosse” (o gialle, a seconda della sottospecie), originaria degli Stati Uniti orientali e del Messico orientale e giunta in Europa per diventare uno dei rettili più comuni tra quelli tenuti come pet. Negli anni, gli individui fuggiti o rilasciati in natura da proprietari non più interessati a mantenerli si sono rivelati del tutto in grado di cavarsela e si sono stabiliti a danno delle specie autoctone. Ed è questo il punto di partenza che porta all’obbligo di denuncia.

La tartaruga aliena

Trachemys scripta, nelle sue sottospecie T. s. elegansT. s. scripta e T. s. troostii, è stata introdotta in Europa fin dagli anni Settanta, e ora la sua popolazione è ritenuta stabile in diversi Paesi, tra cui l’Italia, dove si trova in tutte le regioni, isole comprese. Il sito delle specie invasive di ISPRA riporta che per decenni la tartaruga palustre americana ha rappresentato uno dei più popolari animali da compagnia non convenzionali, e che in soli dieci anni (tra il 2002 e il 2012) dagli Stati Uniti ne sono stati esportati oltre 100 milioni di esemplari.

«Trachemys scripta elegans andava particolarmente di moda fino a una trentina d’anni fa, quando non era raro che venisse data ad esempio come premio alle fiere», racconta a OggiScienza Mirko Giorgioni, vice-presidente dell’Associazione Tarta Club Italia, una no profit per la salvaguardia delle tartarughe nata nel 2002. «Nel 1997, la sottospecie è stata inserita nell’allegato B della Convenzione di Washington o CITES, per cui ai commercianti erano richiesti specifici certificati che ne garantissero la tracciabilità. Quindi il commercio, seppur non vietato, si è per comodità spostato sulle altre due sottospecie, che pure sono tutte interfeconde».

Tuttavia, come molti altri animali esotici, anche le tartarughe sono di gestione solo apparentemente semplice. «Si tratta di animali che vivono a lungo e possono aumentare molto in dimensione», spiega Giorgioni. «Le cure che richiedono in termini di pulizia e corretta alimentazione, e gli spazi di cui hanno bisogno, implicano molte attenzioni da parte dei proprietari. E, purtroppo, in molti preferiscono abbandonarle quando la gestione diviene troppo impegnativa». Ecco così i rilasci in natura di Trachemys scripta: tra gli esemplari abbandonati illegalmente e quelli fuggiti («Le tartarughe sono bravissime a crearsi vie di fuga», commenta Giorgioni), la tartaruga palustre americana è arrivata anche ai laghetti italiani. E qui si è rivelata un vero problema.

Trachemys scripta compete infatti con Emys orbicularis, la tartaruga palustre europea (considerata unico rappresentante in Europa fino al 2005, quando un’indagine genetica rivelò anche l’esistenza della specie Emys trinacris, endemica della Sicilia). La Red List della IUCN classifica Emys orbicularis come “prossima alla minaccia”: ai danni causati alla popolazione da fattori come la bonifica delle aree umide e il degrado ambientale, vanno aggiunti quelli della competizione con la più grossa e vorace tartaruga americana. Il sito sulle specie invasive dell’ISPRA riporta infatti che le maggiori dimensioni e un più veloce raggiungimento della maturità sessuale di Trachemys rappresentano dei vantaggi competitivi sulla controparte europea. Le due specie competono sia per le risorse trofiche che per i siti di deposizione delle uova e di basking, ossia i luoghi in cui le tartarughe regolano al sole la propria temperatura corporea. A ciò si aggiunge l’aumento del rischio di trasmissione di agenti patogeni dovuto alle Trachemys rilasciate in natura.

La normativa italiana ed europea

Trachemys scripta rientra tra le specie elencate nel Decreto legislativo 230/2017, che recepisce in Italia il Regolamento UE 1143/2014. Quest’ultimo descrive le disposizioni per gestire e dove possibile prevenire la diffusione delle specie invasive nell’Unione europea, raccolte in una lista aggiornata periodicamente, che attualmente conta 49 specie tra animali e vegetali ritenute “di rilevanza unionale”.

Il Decreto 230/2017, entrato in vigore a febbraio 2019, vieta l’introduzione e il transito sul territorio nazionale, la riproduzione, il trasporto, l’acquisto, la vendita, il rilascio e la detenzione degli animali inseriti nella lista (alcuni dei quali, come il procione, non possono comunque essere tenuti come animali domestici perché considerati pericolosi per l’incolumità e la salute pubblica). E, per i cittadini che già convivono con questi animali, ecco l’obbligo di denuncia al Ministero dell’Ambiente (via raccomandata con ricevuta di ritorno, fax o PEC), prorogato di circa un anno e in scadenza il 31 agosto. Le sanzioni previste per chi non rispetta il decreto sono severe, e arrivano all’arresto fino a tre anni e sanzioni tra i 10.000 e i 150.000 euro per il rilascio in natura.

L’obbligo di denuncia vale tanto per i privati cittadini quanto per i Comuni nei cui territori è presente Trachemys scripta, di solito esemplari provenienti da abbandoni, scrive il WWF Italia in una nota. Ma come evitare questi ultimi? Cosa può fare un proprietario che non voglia più tenere o non voglia denunciare la tartaruga?

I centri di raccolta

Purtroppo, la risposta è al momento incompleta, perché il Decreto prevede che le Regioni e le Provincie autonome di Trento e Bolzano possono autorizzare enti, oppure strutture pubbliche o private, alla detenzione definitiva di questi animali. La misura, che ha lo scopo di contrastare i rilasci in natura (contribuendo così al controllo della specie), permetterebbe anche di tutelare il benessere degli animali, che potrebbero essere accolti in impianti idonei. Le strutture autorizzate alla detenzione, specificano le Linee guida redatte dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con ISPRA e con la Societas Herpetologica Italica, devono impedire la riproduzione delle tartarughe, con misure che vanno dalla separazione dei sessi all’impedire la deposizione o la schiusa delle uova con strategie ambientali (ad esempio, eliminando il terriccio o la sabbia in cui le tartarughe possono seppellire le uova, oppure tenendo queste ultime in zone fortemente ombreggiate). Inoltre, le strutture devono prendere ogni precauzione per impedire la fuga accidentale degli animali.

Entrambi questi aspetti valgono anche per i privati cittadini e i Comuni. Per quanto riguarda la riproduzione delle tartarughe, è bene ricordare che esiste anche la possibilità di farle sterilizzare. «È una soluzione che assicura che non nascano piccoli. L’operazione avviene tramite endoscopia, e il costo è relativamente basso, ma sono ancora pochi i veterinari che la praticano», spiega Giorgioni.

«La nostra Associazione, in collaborazione con l’AUSL Romagna-Forlì, si occupa da anni di specie alloctone di tartarughe, che ospitiamo in un centro di recupero a Cesena. Ogni anno accogliamo centinaia d’individui, e la stragrande maggioranza proviene da privati che li cedono», spiega ancora Giorgioni. «Il problema, per un proprietario che volesse lasciare o non volesse denunciare la propria Trachemys, è che al momento non tutte le regioni hanno un centro riconosciuto ufficialmente per la raccolta delle tartarughe. Per ora, quindi, i proprietari non possono che aspettare l’attivazione dei centri regionali».


                                                                       

https://oggiscienza.it/2019/07/26/tartarughe-domestiche-trachemys/

Gli embrioni si spostano nell'uovo in risposta a un gradiente termico: questo permette loro di influenzare il proprio sesso.

Di Anna Romano

02 Agosto 2019

 

 

Un embrione di tartaruga. Ye et. al / Current Biology

Maschio o femmina? Per molti rettili e alcuni pesci, il sesso del nascituro dipende dalla temperatura cui l’embrione è esposto durante il suo sviluppo nell’uovo. Questo fenomeno può rappresentare un grosso problema quando si considerano i cambiamenti climatici: se una maggior temperatura determina lo sviluppo in senso femminile dell’embrione, il rischio è che il riscaldamento globale porti alla femminilizzazione di intere covate, come è stato osservato ad esempio in alcune tartarughe marine.

Eppure, i rettili sono sopravvissuti a lungo nel corso della storia, attraversando anche periodi con condizioni climatiche estreme, come dimostrano le ricostruzioni filogenetiche. Come si concilia questo con l’apparente vulnerabilità delle specie nelle quali la determinazione del sesso è legata alla temperatura? Uno studio appena pubblicato su Current Biology fornisce parte della soluzione al quesito: gli embrioni sono in grado di spostarsi all’interno dell’uovo in risposta a un gradiente termico, e i ricercatori hanno dimostrato che questo tipo di comportamento consente loro anche d’influenzare la determinazione del sesso.

Muoversi nell’uovo

Per i rettili esiste una temperatura, diversa fra le specie, che consente di far nascere maschi e femmine in egual proporzione. Per la tartaruga cinese palustre tricarinata (Mauremys reevesii), questa temperatura è stata individuata, in condizioni semi-naturali, a 27,9 gradi centigradi: man mano che la temperatura aumenta o diminuisce, cresce il divario fra la nascita di maschi (con un ambiente più freddo) e femmine (con un ambiente più caldo). Ci sono però delle strategie che gli animali possono mettere in atto per tamponare i cambiamenti del regime termico. Ad esempio, la femmina può deporre le uova in periodi o luoghi più freddi, optando per la deposizione in primavera invece che in estate oppure all’ombra invece che in un luogo esposto al sole.

E poi c’è la strategia indagata nello studio appena pubblicato: l’embrione può contribuire alla determinazione del suo stesso sesso, modificando così le proporzioni tra neonati maschi e femmine. «In precedenza, avevamo dimostrato che l’embrione è in grado di termoregolarsi muovendosi all’interno dell’uovo, per cui eravamo curiosi di scoprire se questo comportamento fosse anche in grado di determinare il sesso del nascituro», spiega in un comunicato Wei-Guo Duo, professore della Chinese Academy of Sciences e uno degli autori dello studio. «Volevamo sapere se e come ciò possa aiutare a tamponare l’impatto del riscaldamento globale sul rapporto tra i sessi in queste specie».

I ricercatori hanno incubato le uova di tartaruga cinese palustre tricarinata in stagni (sia in laboratorio sia all’esterno) facendo in modo che vi fosse sempre un gradiente termico, per cui un’estremità dell’uovo risultava più calda dell’altra. La differenza poteva arrivare a 4,7 gradi centigradi: un dato già importante, perché un cambiamento di soli due gradi della temperatura esterna può, da solo, spostare in modo sostanziale la proporzione tra maschi e femmine. Metà delle uova esaminate sono quindi state trattate con una sostanza, la capsazepina, in grado di bloccare i sensori termici dell’organismo e impedire così la termoregolazione.

Alla schiusa delle uova, i ricercatori hanno scoperto che gli embrioni sottoposti al trattamento si erano sviluppati quasi tutti come maschi o come femmine, a seconda della temperatura d’incubazione. L’altra metà, rappresentata dagli embrioni in grado di percepire la temperatura e quindi spostarsi nell’uovo per trovare quella ottimale, erano invece maschi e femmine in pari proporzione.

Trovare la temperatura giusta

In pratica, quindi, se l’uovo ha un gradiente termico, l’embrione può spostarsi per trovare il punto in cui la temperatura non è né troppo alta né troppo bassa: è quella che Richard Shire, uno degli autori dell’articolo e professore alle Maquarie University in Australia, chiama la “Zona Riccioli d’Oro”, riferendosi al principio di Riccioli d’Oro impiegato in alcuni campi scientifici. Così, il tartarughino non ancora nato può proteggersi dalle temperature estreme, e il rapporto tra i sessi dei neonati risultare relativamente proporzionato.

Questo meccanismo, tuttavia, ha dei limiti. «La termoregolazione dell’embrione risulta limitata se il gradiente all’interno dell’uovo è scarso, così come se l’embrione è troppo grande per riuscire a spostarsi o troppo giovane per aver imparato a farlo», spiega Du. L’effetto “tampone” di contrasto alle temperature esterne è limitato anche nel caso vi siano episodi con picchi di alte temperature, per i quali ci si aspetta un aumento di frequenza a causa dei cambiamenti climatici.

Quindi, scrivono gli autori, la termoregolazione da parte dell’embrione può influenzare la determinazione del sesso solo in alcune circostanze, ossia quando la temperatura del nido è comunque vicina a quella che consentirebbe la nascita di maschi e femmine in egual rapporto e l’embrione ha effettivamente la possibilità di termoregolarsi spostandosi. Gli autori spiegano che vi potrebbero essere altri meccanismi con cui le specie mitigano il rischio legato alle temperature estreme. «I nostri prossimi studi esploreranno il significato adattativo della termoregolazione embrionica e di altre strategie, sia comportamentali che fisiologiche, che gli embrioni di tartaruga e le madri possono adottare per tamponare l’effetto del riscaldamento globale».

 

Tratto da :    https://oggiscienza.it/2019/08/02/tartarughe-embrione-sesso/


                                                                       

 

Mercoledì, 04 Settembre 2019 13:08

Linee guida Testudo s.s.p. in cattività

Vi segnaliamo dal sito dei Carabinieri, corpo forestale:

 

Linee guida sintetiche per il mantenimento in cattività delle testuggini (Testudo spp.).                          

Superficie minima per il rispetto del benessere animale in allevamenti a scopo amatoriale.

 

Non ci sono riferimenti di legge,  ma il consiglio è di attenersi a queste misure minime in quanto poi in caso di contestazioni è facile che i tribunali gli diano ragione.

Da parte nostra il consiglio è, se possibile,  di aumentare anche di molto le misure dei recinti o terrari, indicate nelle tabelle della Forestale;  questo per il benessere delle nostre beniamine.

 

Lunedì, 07 Gennaio 2019 10:43

Abilità numeriche nella Testuggine comune

"Per la prima volta nel mondo scientifico sono state testate le abilità cognitive dei cheloni, in particolare della specie Testudo hermanni, con risultati sorprendenti fuori da ogni aspettativa! Le testuggini sono state messe alla prova con una serie di test volti a provare se fossero capaci di discriminare quantità continue e discrete, in questo caso porzioni di cibo, capacità fino ad ora indagate solo in alcuni mammiferi, uccelli e pesci. 

La cognizione è un insieme di rappresentazioni e processi mentali essenziali ad affrontare il mondo fisico e sociale. Qualsiasi organismo si deve confrontare con elementi quali lo spazio, il tempo, gli oggetti, gli altri individui ecc. Pertanto, non c'è motivo di credere che determinate abilità cognitive — come saper discriminare quantitativamente — siano prerogativa dell'essere umano, fatto perdipiu già confutato da tempo dopo la scoperta da parte della psicologia comparata di un sistema numerico pre-verbale tra gli infanti umani, i quali acquisiscono fin dalla tenera età la capacità di discriminare quantitativamente sequenze sonore e visive, cioè ancora prima di aver appresso i rudimenti del linguaggio, rendendo questo sistema completamente slegato da simboli e sintassi. 
Stesse metodologie di ricerca sono state applicate così agli organismi non-umani, arrivando a conclusioni qui brevemente esplicate, dimostrando che tali competenze hanno radici molto lontane nella storia evolutiva delle specie animali. Ergo, non si tratta di semplici competenze percettivo-sensoriali ma vere e proprie competenze numeriche. L'uomo ha saputo semplicemente razionalizzare queste capacità, di cui molte specie animali son dotate fin dalla nascita, attraverso processi logici come la matematica — una serie infinita di convenzioni universali utili per intendersi con individui appartenenti alla sua stessa specie — spinto dalla sua mania di catalogare e controllare tutto ciò che lo circonda."

Per vedere l’articolo clicca qui

 

Autore della presentazione: Luca Boscolo

Sabato, 11 Agosto 2018 17:21

Astrochelys radiata, nuove speranze

 

    

 

Il Tarta Club Italia è fiero di annunciare che un progetto a cui ha creduto fortemente e a cui ha contribuito direttamente proponendone l’idea e contribuendo economicamente al suo sviluppo stia arrivando a conclusione.

Perché ciò avvenga è però necessario che ci sia il contributo di tutti gli allevatori ed appassionati.

Ma di cosa si tratta? Lo chiediamo al nostro presidente Agostino Montalti, al socio Maurizio Bellavista ed al direttore di Darwinlab, il dr. Lorenzo Tufano, che ha preso a cuore il progetto ed ha portato avanti lo sviluppo.

 

Agostino Montalti: Stiamo parlando di una assoluta innovazione che permetterà dalla nascita la determinazione del sesso delle nostre tartarughe. 

Maurizio Bellavista: E’ noto come la temperatura di incubazione influenzi lo sviluppo del sesso, ma spesso per anni non si riesce a determinare il sesso in modo certo. Neanche decenni di allevamento ed esperienza su migliaia di esemplari permette di avere certezza.

Agostino Montalti: Questo è una problematica sentita da tutti gli allevatori e quando Maurizio Bellavista, durante le nostre chiacchierate sul progetto “TCI Angonoka”in Madagascar che necessitava proprio di risposte veloci nel riconoscere il sesso delle rarissime baby Astrochelys yniphora, nate nella nostra incubatrice,  mi ha parlato della possibilità di arrivare a determinare il sesso con un test di semplice esecuzione, rapido e non invasivo, come TCI ci siamo subito attivati alla ricerca di un partner che potesse sviluppare questo progetto.

Lorenzo Tufano: Agostino Montalti e Maurizio Bellavista ci hanno contattati già nel 2014. Una volta capito cosa stavano cercando, abbiamo subito creduto nel progetto ed iniziato a ricercare il miglior sistema per arrivare ad un kit rapido, precoce, non invasivo ed alla portata di tutti. Ci sono voluti anni di ricerca e finalmente lo scorso anno abbiamo cofinanziato con il contributo del TCI uno studio che ci ha permesso di realizzare un primo prototipo funzionante con ottimi risultati.

Agostino Montalti: la notizia ci ha resi orgogliosi. Un progetto innovativo che nessuno fino ad ora aveva mai sviluppato stava diventando realtà, e stava arrivando alla conclusione che ci aspettavamo.

Maurizio Bellavista: Come tutti i progetti, ciò ha richiesto molto impegno, studi accurati, passione e competenza, ma soprattutto il reperimento di molti fondi. Ed è per questo che è nata la necessità di affidarci ad Indiegogo per un crowdfounding che ci permetta di arrivare alla produzione su larga scala.

Lorenzo Tufano: Partendo dai positivi risultati di laboratorio, per finanziare il completamento del progetto, servono ancora ingenti finanziamenti, è vero. La ricerca costa e la messa a punto di un prototipo definitivo e la produzione per arrivare alla sua commercializzazione, è un passaggio fondamentale.

Agostino Montalti: Detto questo, poiché gli allevatori vogliono capire come funzionerà questo kit, chiederei al dr. Tufano di spiegarci come un allevatore potrà utilizzare questo kit una volta in commercio.

Lorenzo Tufano: Premesso che il test consiste nell’analisi di alcuni analiti presenti nei fluidi corporei specificamente espressi in maschi e femmine, l’allevatore avrà a sua disposizione un kit con tutto l’occorrente per effettuare l’analisi. Con un micro raccoglitore l’allevatore potrà prelevare la giusta quantità per esempio di feci. Una volta diluite opportunamente, la soluzione verrà messa nel test che assomiglierà a quello di gravidanza. A quel punto, guidato da una applicazione per smartphone, avverrà la lettura e la risposta del test. Il tutto in un tempo di circa 10 minuti e con grande accuratezza, ma soprattutto alla portata di tutti. E’ importante notare che la validazione avverrà in tempo reale tramite il dialogo tra il nostro server e lo smartphone. Il test si chiamerà sTart.

Agostino Montalti: Tutto questo ci rende orgogliosi di aver creduto in questo progetto e chiediamo a tutti i nostri iscritti un contributo concreto e la condivisione del link di crowdfounding, dove rimando per avere ulteriori informazioni circa l’utilità del test anche in ambito di protezione delle tartarughe ed al video di presentazione. 

Ringraziamo già da ora tutti coloro che vorranno contribuire a questa grande innovazione tutta italiana.

Sabato, 13 Gennaio 2018 17:38

Calendario ritiri 2019

  • 6 aprile
  • 25 maggio
  • 13 luglio
  • 7 settembre
  • 26 ottobre

 

Il contributo per il ritiro delle tartarughe è di minimo 40,00 € per esemplare (tale cifra copre solo le prime spese mediche e per controlli sanitari, poi l'associazione provvederà al mantenimento futuro, per cui se vuoi essere generoso, un'offerta maggiore sarà ben accettata, visto che la vita media degli esemplari è di 40 anni).

 

Tassativamente dalle ore 10,30 alle 12,30 (non occorre chiamare per conferme, noi ci siamo)


I ritiri avverranno, senza prenotazioni, nei locali dell’AUSL di Forlì, sito in Via Leo Gramellini, 16/I (per arrivarci segui le indicazioni in fondo alla pagina)

Per seri motivi di mancanza di personale, siamo costretti ad essere molto rigorosi sugli orari dei ritiri.

Date ed orari dei ritiri sono sempre rispettati dal personale addetto,   quindi se possibile evitate telefonate.

Non si effettuano ritiri nei mesi invernali a meno che non siano casi di comprovata emergenza, inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Se abiti lontano dal Centro di Recupero,  e pensi di organizzare il viaggio per la consegna,  TI SAREMMO GRATI SE puoi dare un’occhiata alla pagina Facebook "Tarta passaggi TCI" ,  dove puoi trovare altri amici che devono fare la stessa consegna e magari condividere il viaggio,  dare un passaggio o fare la consegna di qualche tartaruga per qualcuno che non può viaggiare.  Ricorda che se prendi in affido una tartaruga per il viaggio, deve avere con sè la ricevuta del bonifico ed il modulo compilato e firmato dal proprietario.

Se usufruisci di un passaggio, compila i tuoi dati sul modulo scaricato, allegando anche copia di un documento di identità e la ricevuta del bonifico. 

Consigli sul trasporto delle tartarughe, fino all'AUSL

  • Utilizzare contenitori plastici o in vetro
  • Sul fondo inserire un panno ben bagnato, in modo da garantire umidità agli esemplari
  • Possibilmente fate in modo che le tartarughe rimangano al buio, coprendo il contenitore con un telo, così saranno più tranquille

Indicazioni stradali

Destinazione: Via Leo Gramellini 16/I - Forlì  (FC)

  • Esci casello di Forlì (Autostrada A14)
  • Alla rotonda, esci alla prima uscita
  • Prosegui per circa 200 mt fino alla 2° rotonda

 

A questo punto puoi scegliere il percorso rosso indicato nella vista aerea qui sotto:

  • Uscire alla prima uscita
  • Proseguire per circa 50 mt
  • Girare a sinistra in Via Eugenio Servadei
  • Procedi per circa 100mt
  • Gira a sx in Via Leo Gramellini
  • Prosegui per circa 200mt
  • Gira alla 2° a sx (strada chiusa, sempre Via Leo Gramellini)
  • In fondo a 100mt trovi sulla sx la sede dell'AUSL Veterinaria al civico n° 16/I (a dx c'è il negozio di scarpe "Tacks")

 

OPPURE il percorso Blu (nuova strada non presente su google maps) sempre indicato nella vista aerea qui sotto:

  • Uscire alla 2° uscita girare subito a dx ad un piccolo svincolo;
  • Ti trovi nel parcheggio fronte USL in Via Gramellini, 16/I

Per info scrivi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sulla mappa

 

Venerdì, 25 Agosto 2017 19:00

Le tartarughe della principessa

 

Le tartarughe della principessa

 

 

Da circa 3 anni mi intrigava e affascinava il racconto della segretaria malgascia della nostra associazione “satellite” in Madagascar (Mahajanga Ville Propre).

Mi aveva parlato di una piccola isola sperduta a nord/ovest del Madagascar, di nome Ambari Otelo, dove viveva ancora una antica e vecchia principessa malgascia in compagnia di due enormi tartarughe che gironzolano libere in questa piccola isola.

Per due anni circa sono stato impegnato dalla costruzione del nuovo parco per la protezione delle specie endemiche terrestri del Madagascar e dal progetto per la salvaguardia delle Astrochelys yniphora,  ma a fine maggio 2017,  con  la fine dei lavori,  sfruttando l’occasione della visita dei miei nipoti,  decidiamo di partire per questa nuova avventura,  si perché qui ogni volta che si parte per un lungo viaggio è sempre un’avventura.   Noleggiamo un’auto da un amico e si parte…..  Il viaggio previsto è di circa 1500 km più un tragitto in battello non quantificabile.   I primi 160-180 km  li percorriamo velocemente e con strada in discrete condizioni,  ma poi inizia il dramma delle buche e dei dossi,  quindi la velocità è inevitabilmente ridotta e qualche volta non basta e ci finiamo dentro con lavoro duro per gli ammortizzatori. Ci inoltriamo nella regione “Sofia”,  con temperatura diurna abbastanza elevata,  sui 34°C  e come al solito la polvere sulla strada la fa da regina;  poche fermate per acquistare un po’ di frutta,  qualche gradevole distrazione come un rossissimo camaleonte che attraversa la strada

e via fino ad Ambanja,  dove cerchiamo un alloggio per almeno 3 giorni,   è difficile fare programmi quando non conosci bene dove devi andare.  Ambanja è una città polverosissima,  piena di risciò con la bicicletta, 

caratteristici proprio di alcune città della zona;  la città è piena di grandi alberi dove al di sotto di questi vi sono immense piantagioni di cacao,

pianta che ha bisogno di zone ombreggianti. Importante anche per pietre preziose e per la vaniglia, ma quest’ultima è diventata talmente cara che non conviene più acquistarla qui.  Ambanja è la più vicina al porto di Ankify, imbarco che in genere viene usato quasi esclusivamente per andare nell’isola più famosa del Madagascar,  Nosy Be.  Noi invece cerchiamo un imbarco per una piccola isola che pochi conoscono;  all’arrivo vicino all’imbarco ecco che veniamo assaltati dai soliti procacciatori di imbarchi e nonostante i tanti tentativi,  riusciamo a trovare solo una barca veloce che ci propone il viaggio ad un prezzo non tanto economico che non riusciamo minimamente a far diminuire.   Resici conto che non c’era alternativa,  decidiamo di imbarcarci.  Il posto è magnifico,  come usciamo dalla baia ci rendiamo conto del paradiso che c’è attorno,  tante isole e isolette con baie splendide e vegetazione rigogliosa ovunque.

I due “marinai” sono poco sicuri sulla direzione da prendere,  li vediamo tentennare e cerchiamo di precisare bene il nome dell’isola,  ma sembra che ce ne siano diverse con nomi molto simili e dopo qualche indecisione con qualche km percorso in direzioni opposte,  si decidono ad andare a sud come le indicazioni che avevo ricevuto.   Sfioriamo diverse isole medio grandi e ad un certo punto eccone una piccola, ma con una spiaggetta meravigliosa,  

un’acqua limpidissima e in mezzo alla vegetazione spuntavano fuori delle piccole capanne di pescatori e le loro piccole “lakana”(piroghe locali con il bilanciere a lato;  ovviamente il tutto con una marea di splendide palme da cocco che non possono mancare in queste isole semi-selvagge.

Ovviamente noi siamo partiti come privilegiati,  la mamma della nostra segretaria è una cugina della principessa e avevamo un permesso speciale per visitare l’isola,  con il vantaggio di trovare ad aspettarci proprio la mamma che ci avrebbe fatto da guida conoscendo la lingua francese e per metterci a conoscenza delle regole e usanze da rispettare nell’isola.     In genere i rari turisti che arrivano nell’sola hanno un permesso solo di un’ora,  ma a noi è concessa tutta la giornata.    L’isola è abitata da sole 42 “anime” compreso i tanti bambini che ci vengono subito incontro insieme alla nostra guida che ci accoglie con un caloroso benvenuto.  A parte la bella sensazione di essere in un posto dove pochissimi hanno avuto il piacere di visitare,  la splendida spiaggia, il mare incantevole con colori stupendi, la vegetazione lussureggiante con tantissimi lemuri che sembrano ti osservino sorpresi, 

la sensazione di leggerezza ti da anche una certa calma interiore. Qualche pollo che scorazza sotto alle palme,  ma soprattutto tanti lemuri che qui sembrano i gatti della casa.  Una breve indicazione di cosa dobbiamo rispettare, soprattutto alcune zone considerate dai locali sacre e off-limit per i turisti  e subito che parto all’attacco per trovare le due tartarughe giganti dei tanti racconti che mi faceva Geno, la segretaria.   Per la ricerca mi appioppano un ragazzino che ovviamente non capisce una parola di francese, ma la prima tartaruga è facile da trovare,  rilassata sotto un grande albero,  direttamente sul mare,  in una zona dove ci sono grandi sassi rotondeggianti e scuri,  tanto che inizialmente è difficile da individuare.  

Stupenda,  di medie dimensioni,  è una femmina di Aldabrachelys gigantea,  non endemica del Madagascar,  ma a prima vista in ottime condizioni, con carapace sviluppato molto bene,  liscio e quasi perfetto.  Come quasi tutte le grosse tartarughe,  se strofinata sul carapace nella parte sopracaudale,  si eccita e alza per farsi ammirare in tutto il suo splendore;  ovviamente,  come la maggior parte della specie,  ama  farsi accarezzare sotto al collo e spesso nella parte dietro della testa.  Verifico alcune sue feci in zona e vedo che sembrano perfette,  piene di fibre,  il che spiega la perfezione del carapace.   Dopo una mezzoretta passata a fare foto e video,  decido di cercare anche l’altra,  che mi dicono essere più grande,  ma la ricerca si preannuncia più difficile,  al punto che il nostro accompagnatore comincia a stancarsi e vorrebbe lasciare perdere.   Esiste però un rimedio efficacissimo;   dico a mio nipote che mi sta seguendo che conosco un metodo che entro due minuti ci avrebbe fatto trovare la tartaruga:  offro 3000 Ariary (soli 90 centesimi di euro) al ragazzino che aumenta vistosamente la ricerca e poco oltre al minuto la tartaruga spunta fuori miracolosamente……..

Un’altra bellissima femmina di Aldabrachelys gigantea

che sta brucando erba fra due capanne del piccolo villaggio,   calmissima, che si lascia fotografare senza il minimo problema;  qui sono abituate a vivere vicino all’uomo che però non le importunano e soprattutto la loro fortuna è data dal fatto che è evidente che hanno un’alimentazione ottima data dal fatto che nessuno si cura di loro,   scorazzano liberamente mangiando quello che vogliono,  con prevalenza di erbe ricche di fibre.  Poi mi  dicono che durante la stagione delle piogge spariscono,  si inoltrano nella parte più alta dell’isola dove la vegetazione è più intensa e intricata.

Ci fanno fare una visita al villaggio,  dove come luogo più importante ci mostrano una capanna con un recinto chiuso con un grosso lucchetto,  dove dentro c’è solo un pozzo,  ma importantissimo per la preziosa acqua dolce che disseta tutto il villaggio.

Nel frattempo si è fatto quasi mezzogiorno e approfittiamo dell’arrivo di una piroga con molto pesce fresco,  con poco più di 4 euro ci riempiono un grosso contenitore di diversi tipi di pesce fresco

e un local con soli 1,5 euro ci prepara una grigliata magnifica. 

In attesa di gustarci il pesce grigliato, ci divertiamo un poco con i tanti lemuri del villaggio,  attirati dalle banane che abbiamo tirato fuori,  che ci attaccano letteralmente fino a costringerci a mollare le banane.  La sensazione di avere addosso i lemuri è fantastica,  sono di una leggerezza e delicatezza inspiegabile,  pur sapendo che se vogliono sanno difendersi molto bene con i lunghi denti affilati che hanno;  ho visto una volta in azione un attacco ad una bambina da parte di una femmina di lemure che solitamente stava in cattività proprio perché non amava i bambini,  cosa inspiegabile, ma forse da piccola ha subito dei maltrattamenti,  la bimba fra i tanti urli,  fini con una bella ferita profonda e nessuno di noi fece in tempo a fare nulla,  la scena fu rapidissima.

Dopo esserci riempito per bene le pance e un bagno nelle acque limpidissime,   ci fanno sapere che è possibile far visita alla principessa;  ci inoltriamo dentro al villaggetto e d’avanti ad una delle capanne si presenta una vecchietta non certo in abiti reali,  ma che da come abbiamo capito ha ancora un certo potere e non solo nell’isola ma anche su quelle vicine,  in pratica funge da autorità locale dove in fondo la polizia o i gendarmi non ci sono.  In fondo era proprio perché il territorio era talmente vasto e frastagliato che una volta c’erano diversi re suddivisi in zone del Madagascar.

La principessa ci parla un po’ della sua isola,  e alla domanda di quanti anno le due tartarughe ci racconta che lei se le ricorda da sempre,  non sa dargli un’età,  ma poi pensandoci bene,  dice che da molto piccola,  suo padre (il principe o re,  non ho capito),  un giorno arrivò con 3 tartarughine piccole,  ricevute in dono,  e una negli anni morì schiacciata da un grosso sasso.   Poi ci disse che altre due tartarughe uguali furono regalate ad un altro “reale” che abitava più a sud,   indicandoci la strada fra le isole,  ma che non seppero comprendere neppure i nostri due marinai…….   La principessa ci disse che non si erano mai riprodotte perché erano due maschi……….   ovviamente io gli dissi che si sbagliava,  erano due bellissime femmine.

Dopo le foto di rito con la principessa

e un regalo  (in moneta) sia a lei che alla sua cugina, altre due foto alla prima tartaruga

e  ci congediamo da tutti gli abitanti del villaggetto e di li a poco riprendemmo il viaggio di ritorno verso il porto di Ankify.  

Il giorno successivo approfittiamo per visitare la parte sud di Ankify perché mi avevano detto che c’erano delle spiaggette quasi deserte di notevole bellezza e così fu, sparse lungo una pista che costeggiava la costa solo per alcuni chilometri.  Ogni spiaggia era diversa dalle altre,  con sabbie, rocce e colori differenti, il tutto in totale assenza di persone, 

nonostante nelle baie c’erano sempre diverse case o villette chiuse come se fossimo fuori stagione;  è vero che da li a poco sarebbe iniziato l’inverno malgascio,  ma era ancora molto caldo e l’unico ristorante che trovammo, poi abbiamo capito che era chiuso e lo aprirono per noi.  Il  pranzo non fu nulla di speciale,  ma ci rallegrò un gruppo di lemuri che ci fece visita, 

non spaventati dalla nostra presenza.           

Al ritorno ci aspettò ancora un’altra dura giornata di macchina,  ma soddisfatti da questa bella escursione anche se di pochi giorni.

Come al solito il Madagascar continua a stupire……

Alla prossima avventura!

 

 

 

Cosa fare se si incontra una tartaruga in difficoltà?

Alcuni consigli per sapere come aiutarla

 

 

Può capitare, andando per mare o camminando su una spiaggia, lungo le coste del nostro Paese, di imbattersi in una delle specie di tartaruga marina che vivono nel Mediterraneo (quella più comune è la Caretta caretta).

Ma cosa fare in caso di avvistamento di un esemplare in difficoltà? Chiariamo intanto che le tartarughe marine sono a rischio di estinzione. Per questo esistono leggi nazionali e accordi internazionali che ne vietano la cattura intenzionale, il commercio e il consumo. Tuttavia, può accadere di pescare accidentalmente una tartaruga marina, senza per questo incorrere in un reato, mentre è condannabile rigettarla in mare senza assicurarsi del suo stato di salute e senza aver avvertito le Autorità Competenti.

 

 

Seguendo alcune suggerimenti pratici che abbiamo individuato insieme al nostro personale specializzato, tutti possono dare un aiuto per prevenire l’inutile morte di molte tartarughe e contribuire attivamente alla loro sopravvivenza anche grazie alla collaborazione con la Rete Nazionale del Progetto Tartarughe Marine.

Ecco una breve guida di pronto soccorso per le tartarughe:

  • In caso di avvistamento, se possibile bisogna registra le coordinate del luogo.
  • È importante non inseguirla e non tagliarle la strada con la barca, ma limitati ad osservarlo da una distanza di sicurezza. Nel caso in cui la tartaruga presenti elementi di sofferenza, ad esempio la mancata immersione, resti ferma per lungo tempo, sanguini vistosamente o presenti pezzi di rete o lenze intorno al corpo, allora bisogna intervenire e tentare di recuperarla.
  • In quel caso è necessario avvicinarsi lentamente all’animale e recuperarlo con molta attenzione senza l’utilizzo di strumenti affilati. È fondamentale contattare immediatamente la Capitaneria di porto al 1530 e avvisare il personale specializzato di un Centro di Recupero Tartarughe Marine.

E se invece la tartaruga si trova sulla spiaggia?

  • Le tartarughe vengono sulle nostre spiagge per nidificare, ma può accadere anche di trovare esemplari spiaggiati o in evidenti difficoltà.
  • Nel caso in cui la tartaruga stia deponendo le uova, la prima cosa da fare è non disturbare l’animale, soprattutto con flash e fotocamere e avvertire un Centro di Recupero Tartarughe marine. Le tartarughe sono estremamente sensibili alle luci artificiali che potrebbero anche far perdere loro l’orientamento ed è quindi fondamentale ridurre le fonti luminose al massimo.
  • Una volta che avrà terminato con la deposizione delle uova e l’animale sta tornando in mare sarà necessario invece contrassegnare sulla spiaggia il luogo di deposizione e difenderlo da eventuali predatori.

 

Le attività del WWF per difendere le tartarughe 

Ufficio Stampa WWF Italia

 

Tratto da: http://www.lavocedimaruggio.it

 

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